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Il cinema li fa brutti?



All’inizio fu Debra Winger.

La bellissima protagonista di Ufficiale gentiluomo divenne brutta in A dangerous woman. Le chiesero se c’era del masochismo in questa scelta e lei rispose: “Ma no, non ho letto la sceneggiatura pensando: -Dio, che bello, diventerò brutta!- E’ un processo lento: un giorno ho capito che ci volevano gli occhiali spessi, il giorno dopo ho immaginato che quel tipo di donna non si lavi i capelli tutti i giorni. Ed ecco il risultato.”

Questo leggevo su Ciak nel lontano maggio del 1994, ammirando una star che era riuscita a fare una scelta controcorrente.

All’epoca ero una ragazzina e mi sembrava un ruolo spregiudicato. Fu così che la elessi a divinità dell’olimpo di un’adolescente in crisi che si sentiva liberata dai canoni convenzionali della società, dominata in quel momento dai cliché femminili di Non è la Rai.


Poi venne la volta di Charlize Theron.

C’era una diva più bella nei paraggi? No. E allora perché non farle interpretare Monster? Correva l’anno 2003 e la sua brutta faccia mi arrivò sul dvd, regalo di una mia amica. Restai di sale. Un cambiamento tanto profondo non era semplicemente il risultato del trucco, ma di una vera trasformazione del corpo: l’attrice mostrava l’altra strada che avrebbe potuto prendere il suo aspetto se fosse nata povera e cattiva. Sliding Doors, insomma. Se Gwyneth Paltrow lo aveva interpretato affidandosi al cambio del taglio di capelli (lungo v/s corto) e a quello dell’espressione (serena/triste), Charlize lo aveva incarnato mettendo in gioco ogni parte del suo corpo.


Negli anni lo studio della storia del cinema mi appassiona sempre di più e riscopro film come Toro scatenato con un Robert De Niro palesemente appesantito, seguo la carriera del camaleontico Christian Bale che ingrassa, dimagrisce e ingrassa di nuovo, e vedo Matthew McConaughey perdere 23 chili per interpretare il protagonista di Dallas Buyers Club. In America il cinema si fa così: salendo e scendendo dalla bilancia.


Dalle scene americani a quelle italiane il passo è breve.

Nel 2006 partecipo alla giuria di una festival cinematografico e sullo schermo appare un personaggio ripugnante e ci metto tempo a capire che è Michele Placido. Ne La sconosciuta, Giuseppe Tornatore plasma il corpo dell’attore con delle scelte forti e decise: prima tra tutte renderlo completamente glabro. Risultato? Orrendo.


Questo inverno è la volta di Claudio Santamaria che, in Lo chiamavano Jeeg Robot, mangia come un animale e picchia come un fabbro. E il suo corpo lo segue in questa dicotomica natura da piccolo criminale con i superpoteri, con le spalle di un picchiatore professionista e la pancia da bevitore di birra.


Ultimo in questa lista lo scopro nella presentazione dei trailer aspettando un altro film. Mentre mi sistemo in poltrona e abbasso la suoneria, vedo lui: Stefano Accorsi che di Stefano Accorsi non ha più niente, se non la bravura. Il film si intitola Veloce come il vento ed girato da Matteo Rovere, prodotto da Fandango e Rai Cinema ora sul grande schermo. Chiaramente sono corsa a vederlo e le promesse delle prime recensioni di adrenalina, lacrime e una prova da grande attore sono ampiamente mantenute.

Domanda: il trucco non basta più e gli attori seguono l’esempio della Winger?

Oppure il cinema li vuole brutti per capire se sono veramente bravi?

Studiano la parte, preparano il personaggio e modellano il loro corpo nel corso del tempo. Non si preoccupano più di avere un torace scolpito, di apparire perfetti e di suscitare invidia nello spettatore. Evidentemente per essere belli, c’è sempre tempo.

Perché per il cinema vale quello che diceva Proietti per il teatro, “è il luogo dove tutto è finto, ma niente è falso”.


di E.M. in CinemaAScuola

#recensione #CinemaAScuola #StoriaDelCinema

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