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Hopper, l'artista che inventò il cinema


“Se qualcuno volesse sapere cos'è l'America vada a vedere il film che si intitola L'occhio selvaggio”. Queste parole di Edward Hopper risuonano nel documentario proiettato nella prima stanza della mostra a lui dedicata a Bologna (ospitata da palazzo Fava dal 25 marzo al 24 luglio 2016) e fanno capire subito l'importanza che il cinema ha rivestito per Hopper.

Alla fine del percorso però appare chiaro esattamente il contrario: quanto cioè Hopper sia stato importante per il cinema.

Lo sguardo dell'artista sbircia dentro gli uffici, guarda negli appartamenti, scruta gli angoli dei bar. Nel far questo, isola un momento della vita e lo incastona in un fermo immagine caratterizzato dall'attesa: forse qualcosa accadrà o forse qualcosa è appena successo.

Chiaro risulta il riferimento al noir da cui Hopper riprende l'atmosfera, ma ne smussa i toni creando le premesse di un linguaggio metafisico personale.


Edward Hopper

Vediamo come i registi hanno appreso la lezione dell'artista americano.

#1. "Quando guardo un quadro di Hopper, immagino subito dove lui abbia piazzato la cinepresa". Affermò Alfred Hitchcock a proposito delle opere dell'artista. Alle parole del regista fanno eco quelle di Goffredo Fofi, che nel catalogo della mostra afferma che l'occhio di Hopper guarda gli spazi "da cinematografiche gru o da carrelli immobilizzati nel punto giusto, il punto geometrico che solo l'intuito del regista sa fissare" (p. 64 Hopper, Skira, 2010).

Quando nel 1935 Hitchcock gira Il club dei 39 (conosciuto anche come i 39 gradini dal titolo originale 39 steps) pensa a Hopper per posizionare la sua cinepresa ed è a lui che torna quando deve immaginare un albergo gotigo e isolato nel 1960 per Psyco, il suo capolavoro.

Una tipologia di abitazione che se guardiamo bene ispira anche George Stevens nel 1956 per Il gigante con un cast strepitoso.


"Il gigante" con James Dean

E come non pensare a Night windows (opera del 1928 conservata al Museum of Modern Art di New York) guardando La finestra sul cortile (1954)?

Vediamo qui in basso il dipinto e un'inquadratura di una scena del film: una ragazza è osservata dal vicino di casa che la coglie in un momento intimo nel suo appartamento mentre cerca qualcosa da mangiare nel suo frigo. È solo un attimo, ma a un occhio attento non sfugge il riferimento.

#2. Quando Michelangelo Antonioni gira Il grido (1957) e L'eclisse (1962) si ispira all'opera di Hopper nella progettazione dell'immagine e nella creazione dell'atmosfera.

Il regista italiano riprende il clima rarefatto dell'attesa, l'ansia di un momento sospeso e cita l'artista americano più o meno scopertamente. Il risultato lo vediamo proprio in queste inquadrature riprese da entrambi i film.

Osserviamo in particolare un'inquadratura dell'Eclissi. Il riferimento è a un'opera del 1914 intitolata Soir Bleu. Nel dipinto Hopper inserisce una colonna che inquadra e riorganizza lo spazio della tela in modo semplice ma non banale. L'inserimento di un ostacolo visivo tra lo spettatore e i protagonisti permette di cambiare la percezione dell'osservatore che prende coscienza della sua posizione esterna alla vicenda sentendosi quasi uno spia.

Stesso gioco nell'inquadratura di Antonioni: riorganizzazione dell'immagine che incornicia in modo nuovo i protagonisti ed esclusione dello spettatore dall'azione.

#3. Grande stimatore e allievo di Hopper è Win Wenders che ama l'artista a tal punto da citarlo esplicitamente in alcuni momenti.

“Inizi di un film”, così Win Wenders ha definito le tele dell'artista e ha affermato che ogni opera è come una “scena iniziale da cui si potrebbe diramare un racconto cinematografico”. I film del regista tedesco risentono profondamente della lezione di Hopper.

Ho già avuto modo di parlare del valore della citazione in un altro post, qui mi limito a riproporre alcune inquadrature che si richiamano a quella che è forse la tela più famosa di Hopper: Nighthawks. Tra i vari riferimenti spunta anche quello di Dario Argento con Profondo rosso.

#4. Tuttavia i registi non si sono semplicemente limitati a ricreare le scene di Hopper ma da lui hanno ripreso uno stile e la capacità di narrare un mondo diverso. David Lynch, per esempio, recupera ed esaspera l'atmosfera: l'attesa diventa minaccia. Ecco di seguito alcuni esempi tratti dalle scene di Lynch anche se l'elenco dei registi che hanno dialogato con l'artista americano potrebbe essere lungo se non infinito: Howard Hawks, Billy Wilder, Jaramusch, i fratelli Coen sono solo alcuni dei nomi di questo luminoso firmamento di stelle.

Esco dalla mostra di Hopper con l'idea di aver passeggiato tra tele che mostrano l'altra faccia della luna che difficilmente ispira musica e parole e invece Hopper ci insegna che a ben guardare ha tanto da raccontare.

di E.M. in CinemaAscuola

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