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Macbettu, ovvero il Macbeth senza Macbeth

È capitato. Non posso farci nulla.

Forse prima o poi capita a tutti di non essere d'accordo con la maggioranza.

Sono fortunata ad avere meno di 25 lettori e quindi credo di potermi esprimere abbastanza liberamente se parlo di Macbettu, vincitore del prestigioso premio Ubu come miglior spettacolo del 2017 e in scena al Festival La Cultura dei Legami di Pescara.


Sono andata a teatro con le migliori intenzioni con il mio biglietto in bella vista per non perdermi lo spettacolo tanto apprezzato dalla critica.

Pensiero che non deve essere stato molto originale, poiché all'ingresso c'era una fila lunghissima che non facevo dai tempi del lockdown per la spesa.

Fonte internet (Licenze Creative Commons)

Ed è così che ho visto lo spettacolo e non mi è piaciuto.

Lo so: tutti lo osannano, ma nessuno è perfetto e quindi mi permetto queste riflessioni da semplice spettatrice imperfetta.


  1. Le scene funzionano come tanti quadri a volte slegati e mi vengono in mente le lezioni di Strehler sugli ingressi dei personaggi. Qua è tutto risolto con l'accensione e lo spegnimento delle luci. Bello, per carità. Di effetto, sicuramente. Ma qualcosa non mi torna. Infatti nella versione su RaiPlay (ebbene sì esiste una versione sulla piattaforma della Rai e se siete curiosi la potete recuperare lì) questi momenti sono intervallati dall'intervista al regista, il preparatissimo Alessandro Serra e passano un po' inosservati.

  2. Le streghe dominano la scena in modo incontrastato, creando, a mio parere, uno squilibrio tra la parte della storia del protagonista e quella delle tre streghette. Esco dallo spettacolo e mi restano in mente loro, la loro potenza evocativa, i loro corpi, le loro azioni. E Macbeth che fine ha fatto? Tutti quei dialoghi con la Lady Macbeth? Tutti quei conflitti? Tutte le pieghe tortuose dell'animo raccontate da Shakespeare vengono qui spianati come un'autostrada. La Lady comanda e lui obbedisce. Lei controlla, lui esegue. Lei è alta, lui è basso. Pardon, mi resta questo. Lo so, è assai poco. Proporrei quindi un cambio titolo: “Le streghe di Macbettu”. Anzi solo “Le streghe”. Conosco gente che pagherebbe per vedere uno spettacolo tutto loro. Almeno tutti quelli seduti a fianco a me e me compresa!

  3. Esco dallo spettacolo, si diceva, e che mi resta? Cosa ho visto? Una storia di streghe sarde? Una storia di potere? Boh. Difficile decodificarlo senza l'aiuto di tutto ciò che ho imparato nel tempo fuori dallo spettacolo nel corso dei miei studi. Serra in un'intervista dichiara che le opere di Shakespeare erano per tutti. Vero, quella di Serra no e infatti su Rai Play spiega, dichiara, racconta.

  4. E della Sardegna, cosa mi resta? Un tema, un problema, una storia? Di quanto è arricchita la mia conoscenza, quanto è stimolata la mia sensibilità verso questa terra? Avete presente quando all'uscita di un teatro o di un cinema avete voglia di leggere un libro o approfondire la storia che avete appena visto? Ecco, qui non succede. Allora faccio una provocazione ai miei 23 lettori (che ora probabilmente saranno 21 forse 20). E se invece di Macbeth il regista avesse scelto una storia sarda, in quanti sarebbero accorsi? Non è per caso che ha usato il personaggio shakespeariano come la Commedia dell'Arte usava Arlecchino? Il pubblico lo conosce già e il regista si è tolto il problema di spiegare chi è quello là sulla scena. Che poi a pensarci è lo stesso meccanismo su cui si basa il mondo delle Serie Tv. Chi sono quei tre matti? Ah sì, le streghe. In realtà se ascoltiamo le tantissime interviste di Serra scopriamo che quelle streghe pescano dall'estetica dei carnevali della Barbagia. Cosa che capiamo se andiamo a cercare l'intervista, mica vedendo lo spettacolo! Perché alla fine qualche ricerca comunque la facciamo il giorno dopo, ma il risultato non è di avvicinarci a una terra ma di conoscere un regista: Alessandro Serra per l'appunto. E poi in questo momento di fine luglio la Sardegna è funestata da incendi davvero pericolosi mi sarei aspettata una parola, un accenno, un riferimento. Niente. Allora, sicuri che siamo così interessati alla Sardegna? In scena oltre la lingua sono stati mostrati una serie di oggetti che probabilmente lo spettatore avrà riconosciuto: i vestiti, i nuraghi, il pane carasau... In me si insinua l'idea che tutti questi elementi lì stanno e lì restano come pura estetica. Sono cattiva, lo so!

  5. Ora, cari 15 lettori, parliamo del pane carasau. Ne parliamo perché dopo averlo sparso su una tavola lunga lunga (dato importante perché in questo caso la lunghezza è direttamente proporzionale alla quantità) un personaggio (lo so è Banquo, ma dite la verità: lo avete capito per quello che avete visto in scena o perché conoscevate la storia?) ci cammina sopra con gli stivali. Ora, lo scricchiolio che scaturisce da questa passeggiata fa venire proprio i brividi. Bello, per carità. Di effetto, sicuramente. Ma quello è... è... è... pane! Non so voi cari miei 5 lettori, ma io sono cresciuta in una famiglia in cui il cibo non si buttava mai e per me questa scena è molto forte. Se poi penso all’Agenda 2030 e che oggi è il 29 luglio e che questa giornata corrisponde all'overshoot day ecco, due domande me le faccio:

  • Fino a che punto un bravo regista si può spingere nella rappresentazione?

  • Non c'era niente che potesse sostituire il pane carasau?

C'era, ma forse il rischio era che lo spettatore non trovasse più la Sardegna!


Infine, veniamo al punto di più attualità.

Alessandro Serra dichiara che questo spettacolo è nato nel 2006. Vari anni per metterlo in scena e ha scelto una compagnia di soli uomini. Sì, di soli uomini.

In linea con la tradizione del teatro elisabettiano e con il carnevale della Barbagia, dice lui, ma nel passato si sono fatte innumerevoli sciocchezze, dicono gli storici.

Caro lettore sarebbe il caso, quindi, di mettere un punto, di cambiare e andare avanti.

Non si può scrivere una parte da donna e non permettere alle donne di recitarla. Siamo tutti d'accordo su questo? Non basta storicizzare un fatto per giustificare una scelta e continuare a perpetrare un metodo per vedere l'effetto che fa. Che effetto vuoi che faccia?

Ma va, davvero anche gli uomini possono essere sensuali come una donna? Ma va? Davvero una strega è ancora più strega se è interpretata da un uomo? Ma va?


Si vuole ricordare la storia antica, ma non dimentichiamo quella più recente:

- nel 2017 Macbettu vince il premio Ubu;

- alla fine del 2017 nasce il movimento Mee too;

- tra il 2020 e il 2021, in Italia c'è una accelerazione sulle tematiche legate alla parità di genere.

Sono passati solo 4 anni da quel premio e questi 4 anni pesano come un macigno su Macbettu e lo hanno fatto invecchiare velocemente e male.

Fonte internet (Licenze Creative Commons)

Se sta a cuore davvero la tradizione shakespeariana, se l'effetto che cerca Serra è quello di un recupero filologico di allestimento allora forse bisogna fare delle scelte diverse: ripristinare tutti i ruoli, senza riscrittura del testo e senza tagli.


Perché sarò brutale, ma Macbettu mi fa questo effetto: ho un po' di Grotoski (che diciamo la verità nel teatro svolge la stessa funzione di Don Milani nella scuola: tutti lo citano, qualcuno lo legge, nessuno lo studia), un po' di Shakespeare (così almeno i personaggi li conoscono tutti) e un po' di Sardegna (per lo spettatore radical chic a cui la Sardegna piace tanto).

Bene cara Eli,

sei uscita da questo spettacolo con tante domande e poche risposte.

E se uno spettacolo ti lascia tante domande e poche risposte, qualcosa di buono lo ha fatto.


Maledetto effetto Serra!



di Elisabetta Monetti

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